Exsistere, letteralmente “uscire fuori”, “emergere”, “manifestarsi”. È un’espressione latina che non descrive una condizione, ma un movimento: il passaggio fragile e necessario attraverso cui qualcosa prende forma, si espone e si manifesta. Non basta esistere: bisogna trovare la forza di affiorare, di rompere la superficie, di lasciare che ciò che è nascosto diventi visibile.
Il lavoro di Massimo Lagrotteria si colloca esattamente in questo spazio di transizione. Le sue figure non sono mai date una volta per tutte, ma nascono da una materia che resiste, che trattiene, che oppone peso. La pittura si accumula in strati lenti, come se dovesse maturare prima di potersi dire immagine. Poi arriva il gesto opposto: l’incisione, la sottrazione, la ferita che apre un varco. Ed è in quel varco che la figura emerge, non come rappresentazione ma come presenza.
Anche le sculture seguono questa logica. La loro apparente solidità è attraversata da crepe, cavità, ossature esposte. Sono forme che tentano di venire alla luce pur sapendo di essere vulnerabili. Non appartengono a un individuo, ma a una condizione collettiva: quella di un’umanità che cerca equilibrio pur nella fragilità, che prova a “stare fuori” pur rischiando di cedere.
In Lagrotteria, exsistere non è un concetto astratto, ma è un processo. E’ il momento in cui la materia smette di essere massa e diventa corpo, in cui il gesto smette di essere tecnica e diventa rivelazione. Le sue opere non mostrano ciò che è compiuto, ma ciò che sta accadendo: un continuo tentativo di emergere, di affermare una presenza, di resistere al tempo che consuma e cancella.
In questo senso, ex-sistere è un atto di coraggio. È la scelta di dare forma all’instabile, di rendere visibile ciò che normalmente resta in ombra. È il racconto di un’umanità che non si impone, ma insiste. Che non si definisce, ma affiora. Che non si limita a esistere, ma prova, ogni volta, a venire fuori.


















