Sante Muro, esponente di un mondo artistico Pop? Anche, ma inquadrare una ricerca complessa in questi termini sarebbe una riduzione non sufficiente.
La tracciabilità della materia Pop in un’opera ha a che fare più con un limite concettuale da fruitore dell’arte che con la creatività di Sante Muro che, per effetto della propria sensibilità, divora il mondo moderno contemporaneo dandone un colore proprio come un oggetto dello spazio profondo assimila materia per poi lanciarla con un raggio a milioni di anni luce.
Sante Muro emette luce e i colori, infatti, sono luce che nasce dall’intuizione di un sentire l’arte, la storia dell’arte, che lui morde con decisione: il morso dell’ironia.
Mordere rende l’idea di una sensazione forte, l’ironia serve a rompere l’equilibrio: così, se la storia dell’arte è una linea temporale dritta, l’ironia potremmo renderla visivamente come una linea che fa su e giù, che valica il limite del politicamente corretto, che affronta, ad esempio, in All the long redlines un Van Gogh di spalle solo per ricordarci che sta uscendo dalla porta, che esce di scena, un’uscita annunciata da una scimmia attaccata ad una liana che ricorda con la mano allungata il gesto della divinità nella Creazione di Adamo di Michelangelo. Solo che la scimmia è posta alla destra dell’opera, la posizione che riveste Dio nell’opera immortale, quasi a voler rovesciare il rapporto di forza tra il divino-autorità della storia e l’artista-umano.
Il contatto della divinità-scimmia con il mondo terreno avviene non con Van Gogh, l’umano, ma con un bicchiere, una dissacrante trovata che è il motore dell’ironia: il rovesciamento della situazione di partenza. Che poi, cos’è la scimmia se non un lontano parente dell’umano? Possiamo supporre che il primate stia anche, idealmente, per il cammino evolutivo dell’umanità. Un riferimento che sa di superamento. L’evoluzione è un superare che mantiene quello che c’era prima, proprio come nella dialettica dell’Aufhebung di Hegel: superare per mantenere, conservare.
In Volcano, poi, la grande energia di Napoli, con il suo sentimento, il suo cuore e la sua passione: uno svelamento della città, come un’amante che si sveste prima di fare l’amore, un’unione di sostanza, materica, profonda, che vive attraverso l’esplosione del Vesuvio e da cui sembra prender slancio la figura di Maradona che ha la posizione centrale nella composizione, a voler esser subito riconoscibile, mentre dei fenicotteri rosa ne scortano la presenza, animali acquatici simbolo del legame del napoletano con il mare.
Altrove, questa stessa ironia cela un velo appena percettibile di dolore, una sofferenza non aperta alla sensazione di pelle, ma che rimanda a sé stessa per mezzo dei protagonisti di due opere, Totò e Troisi, che sono il simbolo di un atteggiamento ironico malinconico, un sorriso tanto grande quanto la vastità del mare, ancora lui, profondo, una profondità dove, a volte, fatica la luce ad arrivare.
In tutte le opere di Sante Muro questa tensione mai eccessiva, ma quasi proposta come un gioco verso la vita, questo atteggiamento ironico, quasi scherzoso, che capovolge il mondo dei simulacri moderni, trova una propria dimensione con un’anima Pop, volutamente provocatoria, che parla con un linguaggio vicino di cose complesse come il senso dell’arte nell’oggi.
A volte l’arte riproduce sé stessa, così, semplicemente, altre volte ha un sapore nuovo, così l’arte di Sante Muro ha una portata generativa, è nuova perché irrompe sul piano della realtà tendendo alla trasformazione, è anarchica perché insofferente alla riverenza alla storia. Il passato è un mondo che ci appartiene perché è compreso in quello attuale, ma, comprendendo quello di prima, il mondo attuale non coincide mai con quello precedente, lo eccede come in un’estasi, è un uscire fuori di sé, se così non fosse sarebbe un bluff.












